martedì, 11 novembre 2008
11:46

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Questo blog chiude. Il titolare trasloca

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con


Cari lettori e amici,
il titolare di questo blog si è convinto di non avere molto da aggiungere a quanto scritto a proposito di Vazzano in questo periodo internettiano. Questo blog perciò chiude.
Molte delle cose che, quando l'abbiamo aperto insieme a Francesco Urzetta, avevamo in testa non si sono mai realizzate, altre sì. Alcune in maniera più larga di quanto pensassimo, altre in misura minore. Comunque, a noi è servito a capire certe cose. Forse è pure servito a qualcuno di voi.
Ma i desideri, la curiosità e la passione ora mi portano altrove. C'è il rischio di incattivirsi a ostinarsi senza senso. Ho semplicemente voglia di scrivere d'altro. Così chi di voi si fosse affezzionato a me, a ciò che scrivo, può continuare a seguirmi su marcsiani.splinder.com, un blog che sto mettendo a punto.
Io non posso fare altro che ringraziarvi per l'attenzione, la pazienza e la briga che vi siete dati di seguirmi numerosi. Vi lascio con una canzone, che magari starete già ascoltando, che ho sempre immaginato ideale come colonna sonora per la fine di un amore. Non è questo il caso. Ma ne ha a che fare.

Buona vita, Nicola
mercoledì, 05 novembre 2008
10:40

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è la cosa più bella che potesse accadere

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con america
giovedì, 30 ottobre 2008
11:19

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Non è un paese per giovani

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con cultura, libri, europa


(questa intervista è stata pubblicata oggi da Europa)


«I giovani non fanno più paura. Sono sempre di meno e crescono allevati, coccolati e dipendenti economicamente. Ormai hanno perso quella forza travolgente capace di mutare gli assetti fondamentali della nostra società». Stefano Benzoni ha da poco pubblicato il suo quarto libro, I giovani non esistono (Isbn Edizioni, 153 pp., 14,50 euro), e in questa conversazione con Europa spiega perché i parallelismi allusivi tra le proteste studentesche di questi giorni e quelle ultra celebrate degli anni passati siano dei tic poco utili per capire la società in cui viviamo. «Si torna indietro fino agli anni sessanta e settanta per parlare dei giovani d’oggi – ragiona Benzoni – come se non si riuscisse a comprendere che razza di macello sia successo nel frattempo durante gli anni ottanta e novanta. Capisco l’esigenza di guardare al passato per leggere certe ciclicità, ma è un grosso limite. C’è una difficoltà profonda a comprendere le nuove realtà giovanili. E lo scoglio che sembra insormontabile è quello di trovare il linguaggio giusto per raccontarle. Ecco perché dico che i giovani non esistono: si continua a discutere di loro ma nella realtà effettiva i giovani di cui si parla non ci sono».

Neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, Benzoni scrive nel suo libro che quella dei giovani d’oggi è una «generazione senza padri». E già questo basterebbe per fare una grossa differenza con l’esplosione del sessantotto (che fu anche una rivolta contro i padri) e quella del settantasette (alla quale Lucia Annunziata nel suo libro 1977. L’ultima foto di famiglia (Einaudi) dà il nome di «parricidio»). «Il rapporto dei giovani con la protesta – spiega Benzoni – è l’emblema del loro rapporto con l’autorità. E’ così che la protesta giovanile diventa una rappresentazione collettiva del rapporto individuale col potere. Ma questo rapporto individuale, negli anni, si è radicalmente trasformato, in un modo che non necessariamente è positivo. I genitori sono diventati via via dei confidenti e degli amici, smettendo di essere i custodi dell’autorità della famiglia. E infatti il contraltare dei movimenti studenteschi odierni non sono i padri ma quei nonni che scrivono di questi giovani dalle colonne dei giornali, o che ammiccano loro dai palchi dei convegni politici».

L’attenzione nei confronti del mondo giovanile però non è solo un fenomeno giornalistico e politico. Negli ultimi anni gli studi scientifici sui giovani si sono moltiplicati a dismisura, sebbene da un punto di vista esclusivamente numerico i giovani siano quasi una “razza in via d’estinzione”. «La sovrapproduzione di volumi letterari, scientifici, sociologici e psicologici sul mondo dei giovani è in realtà una specie di specchio della crisi d’identità del vecchio. E’ un po’ come se si parlasse dei giovani perché non si sa parlare dei vecchi, si teorizza sui giovani perché non si sa come ragionare sui vecchi. Ed ecco che i giovani di cui si parla assumono le sembianze di un costrutto teorico dentro al quale il vero protagonista è la difficoltà dei vecchi di trovare un ruolo nella nostra società».

Ancora una volta i giovani in carne e ossa scompaiono. Si dice di loro, ma in realtà si sta parlando d’altro. Ed è così anche per l’idea di giovinezza che domina l’immaginario collettivo, prescindendo dal modo d’essere concreto ed effettivo delle esistenze dei giovani così come sono. Questa rimozione della realtà porta con sé il rischio di un’esplosione vendicatrice? «Questa fantasia sullo sfondo c’è già. I vecchi, che sono ormai la parte maggioritaria della nostra società, sono sempre più rappresentati come delle vittime. E questo ruolo va loro bene. Sono una categoria di persone così ossessionate dalla ricerca di un posto in questa società che, pur di trovarlo, si accontentano di essere pure quello, basta che riescano a essere qualche cosa in questo mondo governato dall’ethos della giovinezza. Ma la cifra di quanto sia reale questa tensione si rintraccia anche nella letteratura fantascientifica, che come sempre è uno strumento di lettura molto potente di certe pulsioni. In Un gioco da bambini, Ballard racconta come un intero villaggio di vecchi sia sterminato senza pietà da alcuni bambini».

L’assoluta mancanza di retorica con cui Benzoni parla del mondo dei vecchi non è però una assenza di comprensione del sentimento umanissimo di «terrore» nei confronti dell’avvicinarsi della morte. «La paura è un sentimento sano, si ha paura quando ci si percepisce fragili. La cosa di cui mi preoccupo è invece vedere un settantenne che all’una e mezza di notte va in discoteca ed è deliziato dal fatto che può permettersi di andare a ballare. Quando vedo dei vecchi così, che più di ogni altra cosa hanno bisogno di essere giovani, mi fanno orrore. Nel libro racconto della paura di invecchiare di Pasolini. Un sentimento che secondo i biografi dominava gli ultimi anni della sua vita, ma che era sacrosanto, serio, drammatico, come quello di tutti gli individui che lo provano. Quando ironizzo sulla vecchiaia in realtà ironizzo sulla dissimulazione della vecchiaia. Una tecnica che anche Oliviero Toscani usa, quando dice c’è una generazione, la sua, che non invecchierà mai, perché i giovani l’ha inventati».  

 

mercoledì, 29 ottobre 2008
09:08

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L'incubo americano

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con america

Questo spot è stato pagato da Jack Kapp, un semplice cittadino americano, che considera Obama un seguace di Karl Marx e compagni.

(da camilloblog)
martedì, 28 ottobre 2008
11:53

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Il sogno americano

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con america
sabato, 18 ottobre 2008
19:27

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Perché vale la pena comprare l'ultimo disco di Vincio Capossela

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con musica

 

(Questa racensione è stata pubblicata da Europa)

In principio era il pianoforte. Quell’intimità di tasti bianchi e neri che s’accompagna a una voce, per dare forma ai fantasmi che popolano le notti d’inverno. Alla fine: è un disco, Da Solo, di dodici canzoni immacolate, ripulite da tutti gli artifici retorici. In mezzo: c’è Vinicio Capossela, un’artista che ha  mescolato il jazz, il blues, le bande, la taranta, il rock ‘n roll e il cha-cha-cha, ma stavolta ha sentito che era arrivato il momento di ridurre tutto all’essenza: a quel pianoforte e a quella voce della creazione, e a pochi altri «strumenti inconsistenti», come li chiama lui.

Tutto torna in questo disco scritto in venti giorni o poco più, seduto davanti a un pianoforte, solo, con qualche taccuino per scarabocchiarci su, e due tre quadernetti dov’erano sepolte delle questioni private, conti da regolare. Nella presentazione, Vinicio lo racconta così questo suo settimo album pubblicato ieri dalla Warner. Due anni dopo l’uscita di quell’Ovunque Proteggi celebrato dalla critica e comprato dal pubblico. Episodio raro, questo, per un disco d’autore.  

Anche se Capossela, in realtà, non ci tiene affatto a piacere a chi lo recensisce o ad assecondare i gusti di chi si trova davanti a uno scaffale a posare gli occhi sulla sua copertina. Quando gli domandarono cosa pensasse del fatto che Ovunque Proteggi fosse arrivato in testa alle classifiche di vendita, rispose che la considerava «una buona notizia per la musica italiana, una pessima notizia per lui». Scherzando, forse. Ma mica poi tanto: Vinicio Capossela non è artista di quelli disposti a sacrificare l’ebbrezza della ricerca sull’altare della celebrazione. Non è diventare un monumento che gli interessa: se gliene alzeranno uno, come accadrà, sarà suo malgrado.

Ma veniamo al disco, Da Solo. Che già il titolo la dice lunga, ma non la dice tutta. Perché da soli si può rimanere, ma la solitudine la si può anche cercare, per prendere fiato. E ancora: ce la si può costruire addosso. Come fa il protagonista di In Clandestinità, la traccia numero due, che nasconde se stesso, la sua vera natura, costringendosi in una gabbia stretta, nella quale l’unica libertà che gli rimane è quella della fantasticheria: «Dove Mister Pall/ incontra mister Mall». Ma la fantasia che esplora senza sentire è come un ghiaccio in cui ci si specchia senza vedersi.  E’ una prigione auto-inflitta, ma comunque senza scampo. A meno che non si trovi alla fine il coraggio di scappare, rischiando di morire, forse, ma anche di vivere.

Di solitudine in solitudine questo disco potrebbe rischiare di trasformarsi in un ammasso delle peggiori malinconie, solite alla musica italiana. E che queste siano d’autore, poi, importerebbe poco. Ma la stoffa di questo cantante visionario, pieno di grazia, qui s’avverte. Su questo crinale percorso migliaia di volte. Però mai con la magia di dire il dolore senza lacrime, l’abbandono senza piagnisteo, la morte il paradiso e l’eternità senza nominare Dio.  

Provate a mettere su Orfano Ora, la traccia numero sei. Sentirete un pianoforte solenne, andare su è giù su questo giro d’accordi insolitamente maggiori. E una chitarra fantasma che s’insinua negli spazi, aprendo squarci profondi. E su questo tappeto, che sembra un western, vedrete arrivare un cowboy che dice: «Sono nudo per strada/ da quando non mi copre il tuo sguardo/ e nuda è la strada e i binari e le insegne/ e nuda sei tu/ siamo orfani ora/ io te e la strada/ se non si divide il buio/ si tradirà sempre la luce». E’ la canzone di un amore finito, una delle più intense della musica italiana.

Abbiamo detto della solitudine e dell’amore, fin qui. Ma c’è anche l’America in questo disco. Non quella sfavillante del sogno: no, quella s’è persa. Ma l’America del declino. Che ha smarrito la Bibbia, le sue fondamenta, per consegnarsi a «bocconi di pollo in cartone». E’ Vetri appannati d’America, la traccia numero otto. La fotografia di un paese che si sta disintegrando «tra carni cadenti e stelle cadute/ e stellette del cielo in terra e per terra». Un paese con le bandiere ammainate, o stese a lutto sulle bare dei sodati che tornano dal fronte nei sacchi di plastica. E’ come un inno nazionale decadente, questa canzone, che conserva però i brandelli di una grandezza, che forse risorgerà o forse no, ma intanto la si accompagna nel «silenzio» in processione, con le trombe, le grancasse, e il trombone. Invocando il cielo, perché «Dio salvi l’America».

L’epica della nazione scompare del tutto, invece, in Lettere di Soldati, dove la morte sul fronte iracheno viene detta così com’è: senza eroismo, cruda, spersonalizzata. Perché il sodato che spara al nemico non sa nemmeno chi sta uccidendo. Immagina una croce sul vetro di una camionetta impolverata che si fa strada a venti metri, e la colpisce. Dentro ci sono «piccoli soldati/ piccoli e armati» come lui, ma chi spara ripete a se stesso che «non è peccato uccidere se non sei ucciso tu/ uccidere non è peccato se è regola e lavoro». Così quell’uomo assassinato venti metri più un là smette di essere umano, la sua umanità si è come «nebulizzata» nell’imperativo di una missione. E il fronte che Capossela ci consegna non è più quello de La Guerra di Piero di Fabrizio De Andrè, dove un soldato ammazza l’altro perché colto di sorpresa, terrorizzato, non si accorge che il nemico è pronto a risparmiarlo. Seppur nella tragedia, lì rimaneva il tempo di «vedere gli occhi di un uomo che muore». Invece qui ci sono solo «soldi e coraggio/ e contratti d’ingaggio».

Si fanno vive cose più grandi di noi, mostri giganti e maghi, in questo album straordinario. E viene da parafrasare il titolo del romanzo di Capossela stesso, Non si muore tutte le mattine. Perché nemmeno un disco bello da morire è cosa di tutti i giorni
giovedì, 16 ottobre 2008
11:40

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La mafia è di tutti

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con ndrangheta

(Quest'intervista è stata pubblicata oggi da Europa. A tre anni dall'omicidio Fortugno)

«Quello delle mafie è un grande problema nazionale, che non si può liquidare come una questione confinata nella marginalità di poche regioni meridionali». A tre anni dall’omicidio di Francesco Fortugno (il vicepresidente del consiglio regionale calabrese ucciso a Locri di fronte al seggio per le primarie dell’Unione), l’Italia non ha ancora trovato il tempo per guardare negli occhi e affrontare per bene la questione “mafie”, lasciando a voci isolate, come questa di Enzo Ciconte, il compito di tenere sott’occhio un fenomeno che minaccia seriamente la sicurezza nazionale, senza però guadagnarsi i primi posti dell’agenda politica.

Europa incontra il consulente della commissione antimafia e autore dei saggi ‘ndrangheta e Storia Criminale. La resistibile ascesa di mafia,‘ndrangheta e camorra (Rubbettino, 2008) nel palazzo di Montecitorio, per capire meglio perché quello della mafia sia un problema che riguarda tutti. «Il fenomeno mafioso – ci spiega Ciconte – viene spesso raccontato come la somma di tre diverse strutture criminali che operano in altrettante regioni del sud Italia. Ma non c’è niente di più falso. Gli affari che queste organizzazioni fanno sono internazionali, i traffici che gestiscono attraversano tutta l’Italia, e molti dei capitali che sostengono certe imprese del nord provengono dall’attività criminale di cosa nostra, della camorra e della ‘ndrangheta. Le mafie sono penetrate da tempo nel tessuto sociale delle regioni settentrionali. Già nel 2000 scrissi un libro sulle estorsioni e l’usura che la ‘ndrangheta faceva a Milano e in  Lombardia con la complicità delle classi dirigenti locali. Si stenta a capire che il potere delle mafie si è esteso fino a lì».

Uno scenario inquietante, di cui nessuno però sembra tener conto. «La storia della lotta alle mafie è contrassegnata da una antica teoria in base alla quale i mafiosi sarebbero solo dei delinquenti. Questa logica ha due dannose conseguenze. La prima è che il problema viene affrontato solo quando c’è un fatto criminale. La seconda è che si considera mafioso solo chi uccide, mentre chi ordina un omicidio è ancora considerato una persona pulita; e chi usa capitali creati illegalmente tutto sommato è visto come un furbo, non come un mafioso. Nel nord Italia questa forma mentis ha prodotto un abbaglio ulteriore: si è dedotto dalla rarità dei fatti di sangue l’assenza delle mafie. Una favola assolutamente sbagliata. Perché la mafia in realtà non è solo crimine, ma è un fenomeno politico, di relazioni sociali, di governo dei territori».

Quest’idea del legame col territorio, l’avevamo già sentita sulla bocca dei commentatori che analizzarono l’affermazione della Lega Nord alle ultime elezioni. Un segno dell’ambivalenza del concetto, forse, che in un caso racconta un partito che riesce virtuosamente a mettersi in contatto con la sua gente per entrare nelle istituzioni e cambiarle, nell’altro ci parla di una presenza che penetra la società e lo stato, infettandoli. «Un altro luogo comune da spazzare via è quello dell’anti-statalismo delle mafie. Quando mai le mafie si sono messe contro lo stato? Tutte le organizzazioni mafiose hanno sempre utilizzato l’anti-statalismo della popolazione meridionale per diventare esse stesse parte delle classi dirigenti, proponendosi come rappresentanti di alcuni interessi e per risolvere quei problemi che lo stato non riusciva a risolvere. I camorristi, i mafiosi e gli ‘ndranghetisti non si sono mai opposti allo stato. Al contrario,  dallo stato hanno sempre cercato di farsi cooptare».

Ci sono però degli uomini delle istituzioni che il corteggiamento delle mafie l’hanno rifiutato e lo rifiutano. E a volte sono proprio gli omicidi di queste persone che attirano la nostra attenzione. Ma quando i riflettori si spengono, tutto torna com’era. Come se oscillassimo sempre tra un iper interesse temporaneo e una rimozione di lungo periodo. La vinceremo mai questa battaglia così? «La guerra alle mafie si può vincere solo se si mette in moto un’azione costante. Che parta dalla fase repressiva - galera per chi delinque - ma non si fermi lì. Il terreno fondamentale sui cui bisogna lavorare è quello dei beni confiscati. Se si riduce in povertà il mafioso, il giovane che si è affiliato alle cosche convinto di prendere la scorciatoia per la ricchezza, capisce che quella strada è sbarrata, e che quindi non gli conviene. Bisogna poi impedire che il mafioso abbia rapporti con la politica, rescindendo la commistione tra mafia e potere. Le istituzioni, a partire da quelle locali, devono essere linde. Solo così il cittadino può riporre la sua fiducia negli organi dello stato. Infine, c’è l’urgenza di lanciare due battaglie culturali. Una per il rispetto delle regole; l’altra per far capire che quello mafioso non è un problema solo del mezzogiorno. In realtà non lo è stato mai, dall’Unità d’Italia i vertici della politica nazionale, da Vittorio Emanuele Orlando ad Andreotti, hanno sempre avuto contatti con la mafia. Come si fa a considerare, questo, un problema di una parte soltanto del Paese?».

martedì, 14 ottobre 2008
16:52

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Fuori tempo, Massimo (e Walter)?

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con politica
E' nata oggi YouDem, la tv del partito democratico, o meglio: quella di Veltroni, ché D'Alema ne farà un'altra.
Pensate la prontezza di questi enfants prodiges: sono passati solo trent'anni da quando Berlusconi ha aperto le sue di Tv.
sabato, 11 ottobre 2008
09:21

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Il rock 'n roll tiene gli occhi aperti: gli ultimi dischi di Travis e Mercury Rev

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con musica


(Questo mio pezzo è stato pubblicato oggi da Europa)

Tra le recenti uscite discografiche catalogate sotto il genere “rock” ci rapiscono due liete resurrezioni. La prima è quella dei Travis, gruppo scozzese che nel 2001 fece boom con il disco The Invisible Band, ma poi finì nell’inferno dell’indifferenza, sfornando due album tanto mediocri da far saltare in testa a qualcuno di dichiararli finiti. Invece il loro ultimo lavoro, Ode to J. Smith, è un disco ben fatto, con il quale tornano finalmente a certi livelli. E a certe sonorità.

Le chitarre elettriche che Fran Haley e compagni avevano affogato, sostituendole con strumenti acustici, tornano a galla. E già dalla prima traccia, Chinese Blues, si capisce qual è l’intento: ripescare nei fondamentali del rock ‘n roll, ovvero: riff secchi, melodie dirette, ritornelli che si ficcano in testa. Tutti ingredienti ben mescolati in Somethingh Anythingh, il primo singolo, il pezzo migliore degli undici. 

I figli minori del brit pop rifiniscono poi con due ballate intimistiche (Broken Mirror e Before You Were Young) quest’album che suona come si deve, senza avere la presunzione d’essere definitivo.

Quanto alla seconda resurrezione, quella degli stralunati Mercury Rev, nulla di più musicalmente diverso. Anche se le ascese dagli inferi s’assomigliano tutte. La band americana arrivò infatti al successo nel 1998 con l’album Deserter’s Song e rimase sulle stesse altezze con il successivo All is Dream. Due lavori davvero notevoli, che alcuni s’azzardarono addirittura a paragonare a quelli dei Pink Floyd, per via del loro talento psichedelico. Ma i Pink Floyd, si sa, sono nati una volta sola. E non c’è niente di peggio per una band in crescita che essere accostata a delle semi-divinità. Così, sarà stata la pressione delle aspettative o il senso d’essere arrivati, ma i due dischi successivi furono due flop.

Ci mise poco la critica a decretare il loro epilogo. Ma a far cambiare idea, arriva oggi questo gustosissimo Snowflake Midnight, il loro miglior lavoro dopo quello che gli diede il successo. Un album di nove pezzi costruiti su un tappeto onirico di suoni dilatati, scossi però - questa è la novità - da un uso insolito di ritmi elettronici incalzanti. Tanto che ci si ritrova alla terza traccia, Senses On Fire, ad ascoltare uno strampalato punk elettronico. E viene da pensare che nel rock davvero non si crea e non si distrugge niente, perché tutto si può trasformare.

giovedì, 09 ottobre 2008
19:34

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Fenomenologia di un'occasione (che può sfumare per l'ignoranza di quattro gatti)

l'inchiostro è di nicolamirenzi e ha a che fare con vazzano, impianto di trattamento
"Nel piccolo centro dell'entroterra vibonese non sarà costruita alcuna discarica.Il progetto parla, infatti, della realizzazione di unimpianto di trattamento dei rifiuti con annessa discarica di servizio per rifiuti non pericolosi-. Una struttura, dunque, che differenzia i rifiuti solidi urbani (cioè quelli che tutti i cittadini producono) e li prepara per essere mandati verso i termovalorizzatori. Solo una minima parte (...) rimarrebbe così nell'area di stoccaggio, che sarebbe comunque costruita osservando tutte le leggi previste sulla tutela ambientale
Inoltre, va detto che il progetto prevede prima la realizzazione dell'impianto di smaltimento e trattamento (pronto in circa 3 mesi dell'inizio dei lavori) e poi, soltanto dopo che questo sarà operativo, il completamento della discaricadi servizio. Perciò, chi paventa il rischio che la Provincia silimiti a realizzare l'area di servizio per lo stoccaggio dei rifiuti senza poi procedere alla costruzione degli impianti di trattamento prospetta dunque un'ipotesi assolutamente infondata".

Questo è Antonio Schinella su Il Quotidiano di oggi, giovedì 9 ottobre 2008. La dimostrazione che il giornale per cui scrive, tramite il suo cronista locale, Francesco Lo Duca, ha costantemente disinformato i suoi lettori, raccontando che Vazzano era stata selezionata per ospitare una discarica, altamente inquinante.
Il giornale dovrebbe chiedere scusa ai vazzanesi per l'operazione di terrorismo che dalle sue pagine è stata lanciata. Francesco Lo Duca dovrebbe trovare un altro modo per passare il tempo libero. Se fossimo in un posto come si deve.

"Il primo cittadino di Filogaso non è stato l'unico sindaco a dare la propria disponibilità a valutare soluzioni alternative. Insieme a Teti il 16 settembre scorso, alla Provincia c'erano anche gli amministratori di Dasà, Dinami, San Nicola da Crissa Sant'Onofrio,Sorianello, Soriano, Stefanaconi. Tutti sindaci che, oltr ad aver capito l'ineluttabilità del l'impianto,hanno fiutatoi vantaggi che l'opera metterebbe su piatto:benefici occupazionali(si stimano in circa 30 unità), economici finanziari che scaturirebbero a favore dei residenti edelle casse comunali".

E' sempre Il Quotidiano a dare la notizia in un articolo dedicato al sindaco di Filogaso, medico e membro del WWF, che chiede di portare nel suo paese l'impianto. Ci sono inoltre altri sei sindaci  disposti a ospitare l'impianto (escluso Vazzano e Filogaso, con i quali farebbero otto).  Ora: o tutti questi sindaci hanno degli interessi personali (cosa evidentemente difficile, visto che nessuno di questi sa dove andrebbe a finire) o tutti stanno tutelando l'interesse pubblico del proprio paese. Delle due l'una.
E conoscendo il risentimento politico dei sostenitori del no alla discarica, il titolare di questo blog si sta seriamente (seriamente) sforzando di capire di chi siano esattamente gli interessi particolari in tutta questa vicenda.