(Questa racensione è stata pubblicata da Europa)
In principio era il pianoforte. Quell’intimità di tasti bianchi e neri che s’accompagna a una voce, per dare forma ai fantasmi che popolano le notti d’inverno. Alla fine: è un disco, Da Solo, di dodici canzoni immacolate, ripulite da tutti gli artifici retorici. In mezzo: c’è Vinicio Capossela, un’artista che ha mescolato il jazz, il blues, le bande, la taranta, il rock ‘n roll e il cha-cha-cha, ma stavolta ha sentito che era arrivato il momento di ridurre tutto all’essenza: a quel pianoforte e a quella voce della creazione, e a pochi altri «strumenti inconsistenti», come li chiama lui.
Tutto torna in questo disco scritto in venti giorni o poco più, seduto davanti a un pianoforte, solo, con qualche taccuino per scarabocchiarci su, e due tre quadernetti dov’erano sepolte delle questioni private, conti da regolare. Nella presentazione, Vinicio lo racconta così questo suo settimo album pubblicato ieri dalla Warner. Due anni dopo l’uscita di quell’Ovunque Proteggi celebrato dalla critica e comprato dal pubblico. Episodio raro, questo, per un disco d’autore.
Anche se Capossela, in realtà, non ci tiene affatto a piacere a chi lo recensisce o ad assecondare i gusti di chi si trova davanti a uno scaffale a posare gli occhi sulla sua copertina. Quando gli domandarono cosa pensasse del fatto che Ovunque Proteggi fosse arrivato in testa alle classifiche di vendita, rispose che la considerava «una buona notizia per la musica italiana, una pessima notizia per lui». Scherzando, forse. Ma mica poi tanto: Vinicio Capossela non è artista di quelli disposti a sacrificare l’ebbrezza della ricerca sull’altare della celebrazione. Non è diventare un monumento che gli interessa: se gliene alzeranno uno, come accadrà, sarà suo malgrado.
Ma veniamo al disco, Da Solo. Che già il titolo la dice lunga, ma non la dice tutta. Perché da soli si può rimanere, ma la solitudine la si può anche cercare, per prendere fiato. E ancora: ce la si può costruire addosso. Come fa il protagonista di In Clandestinità, la traccia numero due, che nasconde se stesso, la sua vera natura, costringendosi in una gabbia stretta, nella quale l’unica libertà che gli rimane è quella della fantasticheria: «Dove Mister Pall/ incontra mister Mall». Ma la fantasia che esplora senza sentire è come un ghiaccio in cui ci si specchia senza vedersi. E’ una prigione auto-inflitta, ma comunque senza scampo. A meno che non si trovi alla fine il coraggio di scappare, rischiando di morire, forse, ma anche di vivere.
Di solitudine in solitudine questo disco potrebbe rischiare di trasformarsi in un ammasso delle peggiori malinconie, solite alla musica italiana. E che queste siano d’autore, poi, importerebbe poco. Ma la stoffa di questo cantante visionario, pieno di grazia, qui s’avverte. Su questo crinale percorso migliaia di volte. Però mai con la magia di dire il dolore senza lacrime, l’abbandono senza piagnisteo, la morte il paradiso e l’eternità senza nominare Dio.
Provate a mettere su Orfano Ora, la traccia numero sei. Sentirete un pianoforte solenne, andare su è giù su questo giro d’accordi insolitamente maggiori. E una chitarra fantasma che s’insinua negli spazi, aprendo squarci profondi. E su questo tappeto, che sembra un western, vedrete arrivare un cowboy che dice: «Sono nudo per strada/ da quando non mi copre il tuo sguardo/ e nuda è la strada e i binari e le insegne/ e nuda sei tu/ siamo orfani ora/ io te e la strada/ se non si divide il buio/ si tradirà sempre la luce». E’ la canzone di un amore finito, una delle più intense della musica italiana.
Abbiamo detto della solitudine e dell’amore, fin qui. Ma c’è anche l’America in questo disco. Non quella sfavillante del sogno: no, quella s’è persa. Ma l’America del declino. Che ha smarrito la Bibbia, le sue fondamenta, per consegnarsi a «bocconi di pollo in cartone». E’ Vetri appannati d’America, la traccia numero otto. La fotografia di un paese che si sta disintegrando «tra carni cadenti e stelle cadute/ e stellette del cielo in terra e per terra». Un paese con le bandiere ammainate, o stese a lutto sulle bare dei sodati che tornano dal fronte nei sacchi di plastica. E’ come un inno nazionale decadente, questa canzone, che conserva però i brandelli di una grandezza, che forse risorgerà o forse no, ma intanto la si accompagna nel «silenzio» in processione, con le trombe, le grancasse, e il trombone. Invocando il cielo, perché «Dio salvi l’America».
L’epica della nazione scompare del tutto, invece, in Lettere di Soldati, dove la morte sul fronte iracheno viene detta così com’è: senza eroismo, cruda, spersonalizzata. Perché il sodato che spara al nemico non sa nemmeno chi sta uccidendo. Immagina una croce sul vetro di una camionetta impolverata che si fa strada a venti metri, e la colpisce. Dentro ci sono «piccoli soldati/ piccoli e armati» come lui, ma chi spara ripete a se stesso che «non è peccato uccidere se non sei ucciso tu/ uccidere non è peccato se è regola e lavoro». Così quell’uomo assassinato venti metri più un là smette di essere umano, la sua umanità si è come «nebulizzata» nell’imperativo di una missione. E il fronte che Capossela ci consegna non è più quello de La Guerra di Piero di Fabrizio De Andrè, dove un soldato ammazza l’altro perché colto di sorpresa, terrorizzato, non si accorge che il nemico è pronto a risparmiarlo. Seppur nella tragedia, lì rimaneva il tempo di «vedere gli occhi di un uomo che muore». Invece qui ci sono solo «soldi e coraggio/ e contratti d’ingaggio».
Si fanno vive cose più grandi di noi, mostri giganti e maghi, in questo album straordinario. E viene da parafrasare il titolo del romanzo di Capossela stesso, Non si muore tutte le mattine. Perché nemmeno un disco bello da morire è cosa di tutti i giorni